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Il 17  settembre 2020 è la giornata mondiale della sicurezza dei pazienti. Per questo ci sembra opportuno porre alcune riflessioni. 

In questi ultimi anni e in particolar modo dalla L.24/17 in poi abbiamo assistito a un vero e proprio assalto alla diligenza  sulla tematica del rischio in sanità, molti ,forse troppi professionisti si  sono  scoperti esperti di rischio e si sono sentiti in dovere di dissertare sul rischio in sanità , sugli eventi avversi e sulla loro prevenzione con gli approcci più disparati senza una vera e propria vocazione e esperienza sul campo e molte aziende sanitarie hanno costituito strutture (semplici e/o complesse) di gestione del rischio con operatori non formati specificatamente e  a volte più interessati ad una posizione  funzionale   piuttosto che ad un apprendimento comune e coerente e approfondito su tale tematica. Le poche strutture nelle quali si trovava competenza non avevano le risorse per dare in proprio contributo in una situazione 

In troppi ormai oggigiorno parlano di rischio e di sicurezza senza conoscerne il vero significato ritenendo esaurito il loro compito nella raccolta e redazione di asettiche schede di segnalazione di eventi non conformi e senza porsi la domanda fondamentale del perché tale evento sia avvenuto e di come porvi rimedio tenendo sempre a mente il problema centrale della salute dei nostri pazienti che non deve essere mai messa a rischio da comportamenti sanitari errati o non adeguati . 

Sempre più spesso sentiamo dire che il “rischio” è una  formula matematica mutuata per lo più da strumenti di misura (fmeca)  oppure ci si riferisce alle più disparate enfasi sui concetti di danno, di richieste risarcitorie o di possibili errori.

La non conoscenza di concetto di rischio e di sicurezza in sanità e nelle proprie strutture sanitarie porta, evidentemente, l’impossibilità di gestirlo. 

  Oggi si discute tanto di sicurezza, per lo più legata alla pandemia, e pochi fanno riferimento alla sicurezza, come obbligo di legge e patrimonio culturale di ogni operatore della sanità . 

Abbiamo indicato spesso che, in questo periodo, gli operatori, che avrebbero dovuto essere al centro della gestione della pandemia, non sono stati chiamati. 

Evidentemente ci riferiamo alla figura portante dell’organizzazione nelle strutture sanitarie, e non solo, che è il Gestore del rischio. 

Così non è stato, sia perché pochi sono i gestori del rischio (molti quelli che hanno solo la targhetta davanti alla porta) che realmente si occupano di questo, sia perché i pochi non hanno sempre avuto i mezzi e la possibilità di concorrere correttamente con la loro professionalità. 

Una delle ricorrenti eccezioni raccolte troppo spesso, a volta come scusa di non operatività in diversi ambiti, è quella che la legge 24/17 non sia operativa perché mancano i regolamenti di attuazione. 

La domanda che dobbiamo  rivolgerci è : chi l’ha detto?

La legge 24/17 che “obbliga” a erogare cure sicure, e che indica i modi (la gestione del rischio) e i responsabili (tutti gli operatori) della sicurezza delle cure, lo ribadiamo, è perfettamente operativa. 

I regolamenti che mancano sono solo quelli relativi alla “parte assicurativa”, certamente non di poco conto, ma non la parte principale della legge, anzi potremmo definirla ultima, ma solo perché si occupa di chi, come e quando risarcire gli effetti, e quindi le conseguenze, di una cura non sicura. 

La legge ha associato al concetto, ben noto a tutti, del diritto alle cure, chiaramente esplicitato nell’articolo 32 della Costituzione, il diritto alle cure sicure. 

Tale diritto è talmente importante, che la legge 24 impegna tutti gli operatori, tramite il loro quotidiano operare per la sanità, a concorrere, raccontando gli errori, al miglioramento costante della sicurezza delle cure. 

 

Talmente tanto rilevante, questo aspetto, che nell’artico 16 recita: «I verbali e gli atti conseguenti all’attività di gestione del rischio clinico non possono essere acquisiti o utilizzati nell’ambito di procedimenti giudiziari». 

 

Ma questo, purtroppo nella maggioranza dei casi, rimane solo nella legge. 

La sua diffusione e condivisione, che impone una gestione organizzata e seria del rischio, permetterebbe un importante momento di partenza per il cambiamento dell’assioma, tipicamente delle nostre latitudini, che chi sbaglia è sbagliato. Pericolosissimo assioma, che trattiene, se non blocca, la vera gestione del rischio in sanità.

Se si è dovuti passare per un obbligo di legge, per altro di iniziativa parlamentare, di questi tempi cosa rara, è perché la sicurezza delle cure non era, e siamo certi, non è ancora nel posto che merita. 

L’esperienza della pandemia ne  ha dato ampia evidenza. 

In molti ritengono che la sanità sia, come spesso mutuato dall’oltre oceano,  un mega intervento chirurgico, impossibile ma riuscito, ponendo la loro attenzione solo alla particolare acuzie.

Non è questo il concetto espresso dall’art 32 della nostra magnifica carta costituzionale. 

L’apporto, che oggi manca per la realizzazione di cure più sicure, è l’aspetto organizzativo e la visione del cambiamento culturale. 

Pensare che ancora oggi, a tre anni di distanza, la legge 24 venga spesso citata per la responsabilità degli operatori o per l’obbligo assicurativo o per “l’inversione dell’onere della prova tra danneggiato e danneggiante”, è triste. 

Triste perché, laddove gli operatori si sono organizzati per la gestione del rischio, con processi metodologici condivisi e comuni, i risultati sono indiscutibili. 

Dove l’approccio è stato teso a migliorare la sicurezza delle cure, attraverso un’organizzazione tracciata, visibile e condivisa, i risultati, anche economici, e di standard gestionali, sono arrivati. 

SIGeRiS, la società dei gestori del rischio, formata da operatori per la sanità, ha deciso di investire le proprie risorse proprio su questo necessario e urgente cambiamento.

Nella nostra attuale realtà parlare di spingere verso l’alto è sempre più difficile, perché lo sforzo per farlo è di gran lunga maggiore, rispetto a quello dedicato al mantenimento dello stato attuale (status quo) o, peggio ancora, al peggioramento  improntato alle singole priorità (per altro spesso non  consapevoli) e all’indifferenza delle priorità utili all’intera società, che mai come oggi appare fragile e impostata su bisogni procrastinabili, quanto meno, ma soprattutto effimeri. 

La collaborazione con il comitato tecnico scientifico del Modello Italiano per la gestione del rischio di Luiss Business School, che proprio sul cambiamento organizzativo e culturale ha le sue radici, rappresenta oggi più che mai un punto imprescindibile di convergenza e di condivisione di un humus culturale che permetterà di creare una classe professionale di gestori del rischio e di operatori consapevoli capaci di guardare con una nuova visione ad una sanità sempre più sicura individuando nello “scettico illuminato che ha dubbi quando gli altri hanno certezze” le caratteristiche necessarie per un  gestore del rischio.

 

Consiglio direttivo SIGeRiS